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SET
26
2017

“Arte Civile” – di Gianpiero Borgia

Medea per strada non è semplicemente uno spettacolo: è un’esperienza che ci ha attraversato e che speriamo attraversi e scuota allo stesso modo anche il pubblico che ci segue.

Abbiamo provato a leggere e a raccontare, oltre la superficie, la storia di alcune migliaia di esseri umani  partiti dai loro paesi con un sogno che all’arrivo qui in Italia si è rivelato un incubo. Nel grande mare del tema delle migrazioni, abbiamo messo a fuoco il fenomeno che riguarda quelle donne, sconosciute eppure in qualche modo famigliari, quasi elementi di un arredo urbano cui siamo assuefatti, che “lavorano” sulle nostre strade. Donne partite alla ricerca di una vita migliore che si sono ritrovate schiave nel racket della prostituzione.

Il testo scritto cui sono approdati Fabrizio Sinisi ed Elena Cotugno si pone nel solco delle libere riscritture del mito di

Medea, rivela allo spettatore d’oggi la “tragedia dello straniero” con la forza del mito greco. Si racconta la storia di una giovane migrante, scappata dal proprio paese, arrivata in Italia e finita a prostituirsi per amore di un uomo da cui si crede ricambiata e da cui ha due figli.

L’ambientazione scelta è la strada, non una ma tutte le strade della prostituzione. Ogni città ne ha una: Via Ripamon-

ti, Viale Cristoforo Colombo, Statale 231, Riviera Nord, Lungomare Canepa. In ogni città ci lasciamo condurre dalle associazioni che si occupano di tratta e prostituzione in un viaggio attraverso queste strade, raccogliendo storie, osservando come il fenomeno cambi, restando sempre fedele agli stessi rituali: abbordaggio, contrattazione, consumo della prestazione. Ci sono roulotte, ombrelloni, furgoni, fuochi, luoghi di avvicinamento, di sfruttamento e schiavitù. Poi inizia l’esperienza che proponiamo al pubblico, sul nostro furgoncino, lungo quelle stesse strade. Sono solo sette spettatori ogni volta, a stretto contatto tra loro, come vuole il codice della strada, e a stretto contatto con l’attrice, come vuole il teatro. Si tratta di un vecchio ferro del ’94 allestito da Filippo Sarcinelli, che rievoca  un teatrino, oppure un postribolo viaggiante.

L’empatia che si crea nel furgone tra quelle otto persone determina la replica. All’interno del veicolo scorre un racconto interiore, intimo e mitico a un tempo. All’esterno scorre la strada, quella stessa che tutti i giorni ci risulta indifferente e che così prende un senso. È l’estremizzazione di una poetica ventennale nella quale, sin dal lavoro dell’attore, che non interpreta e non s’immedesima ma convive con il personaggio e tende a coincidere con esso, utilizziamo il reale nell’immaginario e l’immaginario nel reale, elementi del passato nel presente e del presente nel passato, temi sociali nel teatro d’arte e momenti di teatro d’arte nell’azione sociale, cercando un senso dove non ci appare e cercando d’infrangerlo dove ci pare troppo cristallizzato. Infine, è stato possibile sviluppare il progetto, anche e soprattutto, grazie a un lungo e intenso percorso di approfondimento e mesi di volontariato sul campo  che Elena Cotugno tuttora prosegue a fianco di assistenti sociali e associazioni che si occupano dell’assistenza in strada e del tentativo di recupero di queste donne.

Agli operatori sociali che ci hanno aiutati va un ringraziamento speciale soprattutto per l’incredibile lavoro che fanno ai confini dello stato e del vivere civile. Ci hanno permesso di accompagnarli sulle strade durante le operazioni di assistenza, di parlare con le ragazze e di confrontarci con il fenomeno in prima persona, nel rispetto di tutti, di mantenere viva la voglia di raccontare un mondo sterminato di viaggi e di schiavitù, di non chiudere gli occhi, le orecchie, la bocca.

 

Gianpiero Borgia

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